Il fiocco lilla

Sono obesa. Senza giri di parole e senza edulcorare la pillola.

Sono obesa. E no, non ne vado fiera.

Ho una vergogna incredibile anche solo a pensarlo, figuriamoci a scriverlo, tanto che, mentre lo scrivo, la mia vocina interiore mi suggerisce amorevolmente che le parole che scriverò sono tutte scuse, tante teste sotto la sabbia per nascondere la mia forza di volontà pari a zero, la mia pigrizia,

il mio scappare dalle responsabilità.

Contrariamente a quanto si pensa un obeso non è una persona felice: la gente, gli amici, i clienti, i colleghi, vedendo tutta quella bella ciccetta in faccia e non solo, pensano che dietro ci sia solo e tanta gaudenza, perché si indulge con i piaceri della tavola e della convivialità ed, in virtù di questa indulgenza, arrivano a prendere libertà di parola nella maniera più libera e sfrontata possibile, quasi come a pensare: ”Questa è sempre contenta, ride. Riderà pure se le faccio qualche battutina (scema) sul suo fisico, sul modo di vestire. Magari non risponde neanche o mi darà anche ragione”.

Vorrei svelare un segreto a queste persone: chi è obeso, a partire da me, a meno che non abbia un’autostima granitica (gliela invidio da morire) ed un’incrollabile fiducia in se stesso, tanta voglia di ridere non ce l’ha.

“E allora chiudi la bocca, tappatela, metti un lucchetto al frigorifero ed alle antine dei mobiletti della cucina, balenottera dei miei stivali”, mi dirà qualcuno.

Hic Rhodus, hic salta!

“Signora, deve dimagrire” e, magari, ero andata dal medico solo per farmi fare una prescrizione per mio marito.

Scomparire, ecco la parola magica: io volevo solo scomparire, diventare invisibile.

“Lasciami a casa” è una delle frasi più ricorrenti nei dialoghi tra me e mio marito.

Ricordo ancora un Capodanno, mi ero vestita al meglio delle mie possibilità (sì, perché io sono stata al massimo “carina” anche il giorno del mio matrimonio; per me la bellezza è sempre stata un concetto utopico), in cui fui presa dall’ansia e sbottai in un “Ho vergogna, non sono adeguata” tra le lacrime.

Strana questa obesità, un disordine fatto di contraddizioni.

Si è enormi e di questa cosa si è ampiamente coscienti, ci si vergogna di sé come dei ladri tanto da voler scomparire e allora che si fa? Semplice, si mangia!

Più arrivano i raptus in cui si passa dal dolce al salato e dal salato al dolce in un nanosecondo, più ci si vergogna dopo a guardare le carte e le cartacce accumulate sul tavolo, sul divano.

A quel punto si pulisce, si toglie, si spruzza il deodorante, si nascondono gli involucri del misfatto nella pattumiera insieme ad altre cartacce, quasi a voler fare all’esterno quella pulizia che non si riesce a fare all’interno di sé e soffocare la vergogna per quello che si è combinato.

BED.

No, non è un’esclamazione né un’irrefrenabile voglia anglosassone di letto: c’entra con l’inglese, ma non è ciò che sembra, come in tante cose che riguardano il mondo degli obesi.

Binge Eating Disorder, abbuffate, ma non di quelle a cui dopo si pensa con soddisfazione, ma quelle dopo le quali si vuole soltanto scappare in un angolo a nascondersi e dimenticare quanto si sia fatto schifo.

Obesità è combattere con uno stigma che viene da fuori e marchia l’anima fino a diventare lo stigma di se stessi.

Obesità è dismorfismo dell’anima: si può essere intelligenti, bravi, brillanti e simpatici quanto si vuole, ma davanti allo specchio verrà fuori sempre quella percezione di terribilità, anche se tanto terribili non si è.

Obesità è vivere in una teca fonoassorbente: si urla a perdifiato la richiesta di aiuto, il grido del bisogno di accettazione e gli altri vedono solo una bocca che si muove e si muove solo per mangiare.

Obesità è odiare la propria fragilità, perché, se solo si prova un po’ di perdono per se stessi, è perché ci si sta raccontando solo una balla colossale, a fronte dell’unica verità percepita, quella del disprezzo.

Non esiste perdono per sé, non esiste indulgenza, soprattutto in caso di caduta e ricaduta.

Esiste solo la volontà pari a zero, quell’effetto della macchina abbandonata, prima con i vetri sporchi, poi con la scritta “lavami”, poi con i vetri rotti, fino a quando, in balia dei vandali, di quella macchina non rimane altro che la carcassa.

Ecco, quella carcassa è l’autostima dell’obeso dopo un’abbuffata.

Quando ci si decide a prendersi cura di sé, è come camminare in equilibrio sul filo con una paura folle di cadere per l’ennesima volta, ma dentro di sé si sa che è un percorso da fare, lungo e non facilissimo da percorrere, perché la battaglia con se stessi è tosta.

Il fiocco, lilla come la malva che lenisce le infiammazioni, diventa un fiocco di speranza fatto con un nastro che unisce i medici al paziente.

 Tutti i medici con cui si ha un colloquio abbracciano il paziente insieme alla sua ruvidezza (sì,  perché, a dispetto delle forme morbide, dentro si hanno più aculei di una tribù di porcospini), tutti i medici che si incontrano raccolgono un pezzo di animo devastato, distorto e lo aggiustano, colloquio dopo colloquio.

Allora si inizia a sperare.

Si spera che quel buio pesto in cui ci si è relegati piano piano acquisti un po’ di luce.

Si spera che il disprezzo con cui si si guarda diventi prima uno sfiorarsi, una carezza, una stretta, un abbraccio, quel tocco d’amore di cui si erano perse le speranze, arrivando anche a sorridere, come si sorride quando, scavando nei bauli stipati in soffitta, coperti di ragnatele e polvere, vengono fuori oggetti preziosi di un passato dimenticato.

Si spera che lo sguardo che ci si rivolgerà inizi ad essere meno severo.

Si spera che il cibo inizi ad avere nella giornata il posto giusto al momento giusto, soprattutto quando le cose vanno male.

Si spera di arrivare alla consapevolezza che essere buoni con se stessi non è peccato né eccesso di indulgenza, ma qualcosa di possibile, soprattutto quando si cade.

Amarsi nella debolezza è il traguardo più grande.

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