Quando ero grassa ..

Liberamente tratta da una lettera di una paziente ..

“Quando ero grassa ..”

 Ricordo l’esatta sensazione che provavo verso il mio corpo quando ero obesa, quel misto di schifo e vergogna,  una sensazione che forse solo la cultura inglesa ha saputo coniare: “body shaming”, ovvero “vergogna del proprio corpo”. La vergogna era tale che spesso ne ero sopraffatta e di certo non mi aiutavano tutte quelle persone che  si sentivano legittimate a farmi sentire così nascondendosi dietro la fatidica frase : “lo facciamo per il tuo bene !”. Frase odiosa quanto a tratti vera, presumibilmente tra le persone che mi volevano bene. Ma ai miei occhi, quelle frasi, ma soprattutto quegli sguardi, pesavano come macigni e servivano solo a farmi sentire ancora più inutile e in colpa.

A un certo punto ho perso peso. Sono davvero convinta che in fondo l’ho fatto per me stessa .. ma una vocina dentro di me diceva “ora le accuse, gli sguardi termineranno ! Finalmente .. le persone capiranno di che pasta sono fatta !”. Non andò esattamente così, anzi.

Con mio immenso stupore scoprii la facilità con cui le persone ti guardano, ti etichettano e infine ti .. giudicano. Scoprii infatti tutta una serie di nuovi aggettivi con cui essere indicata: ora agli occhi di molti ero vanitosa .. “si vede che ti godi il tuo corpo .. dove vai con quei tacchi li ?” ..”; “mettiamo in mostra le gambe eh !”. Avrei voluto rispondergli “si, e allora ??!!” Ma non lo facevo,  e dentro di me combattevo la mia battaglia solitaria, ero una magra che lottava contro la sua immagine da grassa .. alla continua ricerca di una identità che gli altri sembravano ottenere con una facilità che a me era stata negata. Mentre mi sforzavo di camminare a testa alta dentro di me ero ancora quella ragazzina cicciottella e inesperta che preferiva un budino al cioccolato che uscire con i suoi coetanei il sabato sera.

Mi accorgevo come in realtà l’attenzione che gli altri rivolgevano al mio corpo non era cambiata, anzi ! Tanto quanto prima le persone mi guardavano per strada con occhi di disgusto quando in piena estate osavo mettermi un vestito sbracciato (ebbene si, udite udite, anche gli obesi hanno caldo ! ), tanto adesso le persone si sentivano legittimate a chiedermi se la mia vita sessuale era migliorata,  se non mi mancava il mio seno prosperoso e di certo non perdevano occasione di notare che “si sei molto dimagrita .. ma attenta che ti stai riempendo di rughe !” versione comunque più carina di “tanto poi lo riprenderai tutto il peso !”

Poi andavo in palestra e anche i personal trainer dicevano che “si, stavo bene, ma ora è necessario rassodare e mettermi in forma !” Attenzione però, non dovevo dimagrire troppo perché se no il sedere scende e perdo quello che mi rimane delle forme femminile e no, non devo sollevare troppi pesi, perché altrimenti mi trasformo in un uomo ! . Era come se ogni frase che mi venisse detta fosse legittima solo perché teoricamente era per il mio bene, come se l’aspetto del mio corpo, e la necessità di commentarlo fosse di pubblico dominio, ma per me purtroppo tutto questo sembrava riassumersi in un’unica frase, che mi riecheggia da sempre nella testa “qualunque cosa tu faccia .. non sei all’altezza”.

In realtà non mi sarei dovuta meravigliare, avevo visto mia sorella attraversare tutta una serie di problematiche simili. Aveva lottato per anni tra l’anoressia e bulimia, sentendosi dire frasi tipo “ma cosa vuoi che sira mangiare quel panino ?!” . Al culmine della patologia le persone più vicine a lei la trattavano in modo orribile. Nuovamente, queste persone dicevano che si arrabbiavano per il suo bene, ma come potete immaginare questo atteggiamento non la aiutò per niente.

Pian piano mi resi conto che tutti i corpi purtroppo sono soggetti a stereotipi. Nuovi studi, come ad esempio quello riportato nel 2014 nella rivista “Journal of Experimental Social Psychology” mostrano come la percezione dello stereotipo vigente da parte della persona sofferente la porta a intensificare e perseverare nei comportamenti malati. Mia sorella per esempio, sviluppò il disturbo anoressico in seguito ad un trauma che la aveva fatta sentire vulnerabile, attraverso il corpo provava a riconquistare quel controllo che il trauma aveva irrimediabilmente distrutto facendola sentire “scoperta” e “fragile”; per cui quando le persone le dicevano che cosa doveva fare lei si irrigidiva ancora di più nei suoi rituali anoressici perché questo le dava forza.

Ma allora se sappiamo che commentando con questa facilità i corpi altrui facciamo loro un danno perché lo facciamo ? E’ a questo punto che secondo me le nostre insicurezze prendono piede. Quando le persone dicevano a mia sorella “che cosa ci vuole a mangiare un panino ?” in realtà non volevano aiutare lei, ma innalzare la propria, di autostima. L’idea che mi sono fatta è che le donne, da sempre, vengono giudicate per il loro aspetto fisico e che forse, noi per prime siamo vittime di questi stessi stereotipi. Quante volte sentiamo qualche donna schierarsi positivamente o negativamente verso qualche categoria ? Sia essa  la categoria delle donne “curvy” o “atletiche”. Ma chi decide che cosa va bene ? chi decide che cosa è attraente ?

Di tutto questo parlare a me rimane solo una piccola certezza che provo a mettere in partica:

“mi rifiuto di categorizzare una donna per il suo aspetto fisico e mi rifiuto di partecipare a conversazioni di questo tipo, perché parto dal presupposto che non so che cosa succede dentro ad ogni donna”

Forse le mie relazioni sociali sono peggiorate, ora alla macchinetta del caffè le pettegole del terzo piano mi evitano, ma io sto molto meglio, ci ho guadagnato in benessere fisico e mentale e finalmente inizio a sentirmi più sicura di me.  J

 

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